Fu incaricato di raccogliere i feriti dilaniati dall’esplosione. Subì un trauma dal quale non si liberò mai, tanto dSa portarlo a scrivere, quattordici anni dopo, un racconto antibellico The Natural History of the Dead (Piccola storia naturale: i morti). Successivamente fu assegnato alla Quarta Sezione della Croce Rossa americana stazionata a Schio. La raggiunse in treno dopo due giorni e venne sistemato nel quartier generale installato in un lanificio abbandonato.
Qui veniva pubblicato un giornale intitolato “Ciao” al quale immediatamente Hemingway collaborò.
A Schio rimase tre settimane. Guidava ogni giorno una Fiat fino al monte Pasubio, raccoglieva feriti e li portava nei posti di smistamento.
Nel quartier generale faceva, con i suoi compagni, una vita abbastanza comoda tanto che l’ex lanificio venne chiamato lo “Schio Country Club” in quanto permetteva loro di giocare a baseball, prendere il sole e nuotare in un corso d’acqua non lontano.
Di tutto questo Hemingway si stancò presto. Era “disgustato” e “stufo” di quella guerra. Lui voleva vedere quella vera e inoltrò domanda per prestare servizio volontario agli spacci della Croce Rossa sul fronte.
Era il momento della controffensiva lungo il Piave e gli spacci gestiti erano disposti a pochi chilometri dalle trincee. Dopo una breve licenza a Mestre, che incluse una visita al bordello degli ufficiali italiani chiamato Villa Rossa, che poi immortalò in Addio alla armi, arrivò a Fossalta di Piave.
Qui si trovò a contatto diretto con i combattimenti, sentiva vicino il fragore dei canoni. Mangiava alla mensa degli ufficiali italiani dove conobbe il giovane cappellano don Giuseppe Bianchi che più tardi, quando lo ritrovò ferito, lo battezzò cattolico (successivamente nel 1927, Hemingway tornerà in Italia a cercarlo, per farsi rilasciare il certificato di battesimo necessario per le nozze cattoliche con la seconda moglie Pauline).
Negli spacci distribuiva caffè, cioccolata, marmellata, minestra e tabacco ai soldati che vi affluivano tre o quattro volte la settimana in permesso dalle trincee. Ma Hemingway non era ancora soddisfatto: voleva andare lui stesso nelle trincee. Ottenne il permesso.
Prese così, ogni giorno, a salire fino alle trincee in bicicletta, carico di cioccolata, sigari, sigarette e cartoline. Raggiungeva la prima linea e consegnava i suoi ristori ai soldati. Voleva vedere sempre più da vicino la morte, quella che già nell’adolescenza chiamava “la più semplice di tutte le cose”.Questo tragitto riuscì a compierlo, però, solo per sei giorni.
Verso la mezzanotte dell’8 luglio, mentre distribuiva cioccolata ai soldati italiani, fu colpito da un mortaio austriaco. Accanto a lui un soldato morì all’istante e un altro fu ferito. Hemingway, con le gambe cosparse di schegge, se lo caricò in spalla e si avviò barcollando alla ricerca di soccorso. Dopo neppure 50 metri una scarica di mitragliatrice lo colpì nuovamente, dilaniandogli il ginocchio destro. Riuscì tuttavia a trascinarsi per altri 100 metri col ferito in spalla prima di svenire.
Venne soccorso e trasportato a un posto di medicazione.
Aveva la giubba inondata dal sangue del soldato ferito. Circondato com’era da morti e da feriti in punto di morte, nessuno lo guardò dandolo per spacciato. Il posto di medicazione dov’era stato trasportato venne evacuato perché sotto il tiro dell’artiglieria austriaca ed Hemingway venne portato in una stalla scoperchiata dove rimase due ore. Qui, per la prima volta nella sua vita, pensò al suicidio resistendo a fatica alla tentazione di usare la sua pistola di ordinanza.

Verso l’alba lo portarono in una ex scuola che faceva da posto di smistamento a Fornaci (Monastier di Treviso). Venne riconosciuto dal cappellano Giuseppe Bianchi che lo battezzò cattolico mentre il medico gli somministrò morfina e gli fece un’antitetanica prima di togliergli una trentina di schegge dal piede e dalle gambe. Rinunciò pero a togliergli le altre centinaia che restavano e non osò toccargli il ginocchio sfracellato. Di lì lo portarono in un ospedale da campo vicino a Treviso dove passò cinque giorni con le gambe bendate e alla mattina del 15 luglio, una settimana dopo la notte della ferita, lo caricarono su un treno ospedale diretto a Milano.
Vi arrivò all’alba del 17 luglio, pochi giorni prima di compiere diciannove anni. Venne ricoverato all’ospedale della Croce Rossa americana, dove entrò nella fase della sua avventura italiana ispiratrice della seconda parte di Addio alle armi.
Qui poté dirsi finalmente al sicuro. I medici cominciarono a togliergli le schegge rimaste incastrate nelle gambe, ben 227. Per questo verrà proposto per la medaglia d’argento al valore.
Da qui scrisse più volte a casa. Al padre che lo esortava a ritornare scriveva: “non voglio tornare a casa fino alla fine della guerra… Siamo venuti qui dopo essere stati riformati dal servizio militare (Hemingway era stato riformato per un difetto a un occhio) Ora ho una gamba e un piede malati e nessun esercito al mondo mi prenderebbe. Ma qui posso essere utile”.
Parte di questa stessa lettera fu citata più volte al momento della sua morte perché in punto successivo diceva: “Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto semplice. Proprio la cosa più semplice che abbia mai fatto... E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse”.
E’ in questo periodo, all’ospedale di Milano, che conosce e si innamora di una infermiera, Agnes von Kurowsky, sette anni più vecchia di lui che, assieme alla moglie Hadley, divenne poi la Catherine Barkley immortalata in Addio alle armi.
L’amore per questa donna fu il suo primo serio amore, ma Agnes lo fece restare quasi platonico secondo il costume del tempo: portava la sua fotografia nella tasca dell’uniforme e gli scriveva tutte le sere.
In ottobre Agnes fu mandata a Firenze ad assistere ammalati americani ed Hemingway tornò al fronte, nel settore del grappa.
Il 27 Ottobre, nel pieno della battaglia di Vittorio Veneto, venne rispedito all’ospedale americano di Milano in quanto malato di itterizia.
Il 9 Dicembre Hemingway andò a trovare Agnes a Dosson, nell’ospedale americano in cui lei era stata trasferita, poi ai primi di Gennaio ritornò negli Stati Uniti sicuro di sposarsi presto con la sua infermiera alla quale continuò a scrivere tutti i giorni.
Il 21 gennaio Hemingway arrivò a New York sul Giuseppe Verdi accolto come un eroe. I giornali parlarono delle 227 schegge di mortaio conficcate nelle sue gambe, della medaglia d’argento e delle sue imprese. Arrivò a Chicago in treno appoggiato a un bastone e zoppicando.

La città impazzì per lui e Hemingway visse un momento di gloria. Gli italiani residenti a Chicago gli organizzarono una gran festa, un gruppo di loro invase la casa dei suoi genitori riempendola di bandiere e di fiaschi di vino, facendo infuriare il padre.
Intanto Hemingway pensava alla sua infermiera e risparmiava denaro per il matrimonio.
Nel marzo 1919 Agnes, però, gli scrisse di essere troppo vecchia per lui, che non poteva aspettarlo e che a breve si sarebbe sposata con un altro.
Per Hemingway fu un colpo insopportabile. Gli venne la febbre e dovette restare a letto giorni interni. Quando finalmente riuscì a rialzarsi si ritrovò nella disperazione e prese a fingere con gli amici di averla dimenticata dandosi all’alcool e ad altre donne. Gli amici finsero a loro volta di crederlo per non farlo soffrire ulteriormente.
Questa esperienza italiana, questi mesi di guerra e di amore, lasciarono in Hemingway segni indelebili nella carne e nello spirito e furono ispiratrice di numerosi racconti e del già citato romanzo “Addio alle armi”.
Fonti di ricerca:
“Emingway”di Fernanda Piavano Ed. Bompiani
“Emingway Tutti i racconti” Ed.Mondadori
“Percorsi della Grande Guerra” Comune di Treviso |